I moduli di pesatura per silos: un’applicazione con numerose criticità

In tutte quelle industrie dove è necessario stoccare grandi quantità di materiali in polvere – pensiamo, ad esempio, all’industria chimica o alimentare, che sono le due primarie rappresentanti di questa specifica esigenza – occorre anche provvedere costantemente alla misurazione della quantità di materiale residuo, per poter gestire le scorte e controllare il corretto svolgimento dei processi produttivi. Per questa ragione i moduli di pesatura per silos sono sistemi necessari, ed è fondamentale assicurarsi del loro corretto funzionamento e dell’esattezza delle misurazioni che effettuano; questa esigenza, purtroppo, si scontra però con alcune criticità che è necessario risolvere per disporre di risultati della precisione richiesta.

Infatti, ad esempio, la disposizione di più facile installazione è solitamente quella con quattro celle di carico, soprattutto nel caso molto comune di strutture rettangolari; questa però, oltre a comportare un costo maggiore, ha anche un problema più grave dal punto di vista funzionale, in quanto i sistemi a quattro punti di appoggio sono staticamente indeterminati e quindi non garantiscono assoluta affidabilità sulle misurazioni. Sono invece da preferire, anche se di più complessa installazione, i moduli di pesatura per silos a tre celle di carico, poste sullo stesso piano a 120° di distanza, ed equidistanti dall’asse verticale del silo stesso.

Altro problema è rappresentato dalle battute d’arresto. Nei moduli di pesatura per silos moderni, infatti, non si fa normalmente uso dei tiranti, che sono resi non necessari dall’utilizzo di appoggi ad elastomeri autocentranti; fanno eccezione solamente i silos particolarmente alti, nei quali si preferisce solitamente implementare dei tiranti addizionali nella zona superiore. Al posto dei tiranti, in tutti gli altri casi, si usano invece solitamente, appunto, delle semplici battute d’arresto; tuttavia questo genera un problema nel momento, del tutto inevitabile, in cui per qualsiasi ragione il serbatoio viene a spostarsi, anche leggermente, dalla sua posizione ideale, entrando in contatto con le battute stesse. L’attrito così generato, infatti, genera quasi sempre forze di derivazione, o “shunt”, che inficiano seriamente la precisione della pesatura. Per ovviare a tale problema si tende ad installare delle battute a rullo, oppure a ricorrere ad appositi tiranti a fune per correggere l’errore.

Chi la dura la vince

Vi piacciono i dati e le statistiche? Lasciate che ve ne forniamo qualcuno.

Il 2% delle vendite viene chiuso al primo contatto
Il 3% delle vendite viene chiuso al secondo contatto
Il 5% delle vendite viene chiuso al terzo contatto
Il 10% delle vendite viene chiuso al quarto contatto
L’80 % delle vendite viene chiuso tra il quinto e il dodicesimo contatto

Interessante, vero? Allora continuiamo:

Il 48% dei venditori non effettua nessun ricontatto
Il 25% dei venditori fa un secondo tentativo e se fallisce interrompe i contatti
Il 12% dei venditori effettua tre contatti …

Intravedete il problema, ora? E voi, che tipo di venditori siete?

Se come è statisticamente probabile siete venditori del primo tipo, forse avete capito come mai così tanti dei vostri contatti vanno in fumo senza che abbiate chiuso un contratto. Ma quanto meno, siete in buona compagnia…

Il problema è molto semplice: per quanto la cultura frenetica nella quale viviamo ci abbia disabituato a questo modo di ragionare, di fatto occorre coltivare qualsiasi cosa – incluse le relazioni – per arrivare ad avere i frutti desiderati. Al vostro primo incontro, un potenziale cliente può avere decine di ragioni per non chiudere un acquisto, tutte valide: ma questo non significa che dopo qualche tempo non si trovi invece ad avere assoluto bisogno di quel che vendete. E questo sarebbe ideale… se voi non aveste concorrenza.

Ma un’altra dura verità del mercato è che c’è molta, moltissima concorrenza. E se non avete mantenuto voi i rapporti col cliente potenziale, nel momento del bisogno sarà un altro venditore, di un’altra azienda, ad avere la fortuna di sedersi davanti a lui… e staccare l’ordine di acquisto.

La lezione? È semplice. Andate ad ogni appuntamento come se doveste chiudere il contratto il giorno stesso: preparati, informati, disponibili e pronti. Ma sappiate che uscire senza avere chiuso il contratto è l’assoluta normalità, e che il vostro lavoro è trovare il modo di mantenere, in modo efficace e non assillante, il rapporto con il cliente, posizionandovi sempre meglio, fino a quando la sua necessità si manifesterà. E a quel punto sarete voi quelli a cui telefonerà, magari per dirvi di affrettarvi perchè ha bisogno urgente dei vostri prodotti.

Chi la dura la vince!

Ma perchè il mio marketing non funziona?

A volte è difficile capire.
Vi pare di avere il prodotto giusto, e di rivolgervi al mercato giusto. Anche la congiuntura sembra positiva, e così il momento dell’anno. Fate anche investimenti per un buon sito web, per una buona pubblicità, vi posizionate sui motori di ricerca…

…e non accade nulla. Neppure una reazione minima, un incoraggiamento: il mercato sembra non essersi nemmeno accorto che esistete. Cos’è andato storto? Per difficile che sia da accettare, è andata storta la cosa più immateriale di tutte, eppure una delle più importanti: la vostra “storia” di marketing non ha funzionato.

È sempre ragione di stupore e anche di nervosismo per chi non si occupa direttamente di marketing, ma la parte più vitale e importante del marketing è la storia che questo racconta alla potenziale clientela. Non l’enunciazione delle caratteristiche del prodotto, e nemmeno i benefici reali che esso può portare nella vita o nel lavoro di chi l’acquista; a fare presa sul pubblico, in realtà, è la narrativa legata al prodotto stesso. È la storia dell’uomo di successo e di fascino a vendere le Mercedes, non la lista delle loro prestazioni; è l’idea dell’amore eterno a vendere i diamanti, non un qualche valore a loro intrinseco.

Ma come si fa a trovarla, a farla funzionare, questa storia?

La risposta, come per qualsiasi storia, sta nel conoscere il proprio pubblico. Non potete , non è più possibile per nessuno, fondare il marketing del vostro prodotto su idee interne riguardo alla sua validità e perfezione; qualsiasi iniziativa di marketing votata al successo deve partire ormai dall’analisi puntuale, precisa, e disillusa del mercato di riferimento. Cosa fanno i potenziali acquirenti? Come vivono? Cosa amano, come passano il tempo, cosa sperano e cosa temono? Sono questi i mattoni sui quali è possibile, oggi, costruire una campagna di marketing di successo: ed è solo con quel supporto che il vostro ottimo prodotto, dagli ottimi risultati, troverà un mercato pronto ad acquistarlo con entusiasmo.

Interpretariato di consecutiva: non tutto è simultaneo

Siamo abituati a sentir parlare, e a vedere sia dal vero che rappresentata nei film, della cosiddetta traduzione (più correttamente, interpretariato) in simultanea, dove mentre un oratore sta parlando l’interprete riformula le sue frasi nella lingua del pubblico e le pronuncia quasi nello stesso momento, come in una sorta di doppiaggio dal vivo. Ma sicuramente questa non è la sola modalità dell’interpretariato, né, di fatto, la più frequente: in molte occasioni, è più adatta alle necessità dell’oratore e del pubblico la scelta dell’interpretariato di consecutiva.

In questo caso, l’oratore pronuncia alcune frasi, e poi si ferma. A quel punto l’interprete – che ha ascoltato attentamente, spesso prendendo appunti su quanto detto – traduce per il pubblico le frasi appena dette. In quest’alternanza, (dalla quale nasce, appunto, la definizione di “consecutiva” ) il discorso dell’oratore viene portato fino alla fine, oppure, se si tratta di un dibattito, vengono portate avanti le differenti posizioni. Questo presenta sfide particolari per l’interprete – che si trova a dover ricordare l’intera parte di discorso appena esposta – ma allo stesso tempo gli permette anche di avere sott’occhio un intero “blocco” dell’argomentazione dell’oratore prima di tradurlo, il che può condurre ad una interpretazione più approfondita ed esatta.

Oltre a questo, l’interpretariato di consecutiva è sicuramente meno difficile da praticare rispetto a quello di simultanea, dove la concentrazione deve essere intensissima e l’attenzione costante, tanto da essere praticabile soltanto per periodi abbastanza contenuti, e da richiedere l’intervento, per lunghe conferenze, di più interpreti. Di contro, purtroppo, l’effettivo e inevitabile raddoppiamento dei tempi richiesti – in definitiva ogni intervento di ogni oratore viene pronunciato due volte, in originale e in traduzione – ne fa uno strumento che può essere complesso utilizzare per conferenze di respiro e ampiezza particolarmente grande, e lo rende più adatto ad interventi più brevi.

Qualche consiglio per evitare le infestazioni di scarafaggi

Se si parla sempre più spesso, e in toni spesso allarmati e urgenti, della questione della disinfestazione scarafaggi o deblattizzazione, non è solamente per un problema di ribrezzo, per quanto questo possa sorgere istintivo nei confronti di questi animali. Il fatto è che, come è dimostrato scientificamente, la presenza di questi insetti genera problemi respiratori nei bambini, contamina in maniera pericolosa gli ambienti e le scorte di cibo, e causa l’insorgere di malattie anche gravi come dissenteria e gastroenterite. Si tratta perciò di un problema reale, legato alla salute, e che quindi non è una buona idea tralasciare o ignorare, nonostante spesso la sua risoluzione possa essere legata a pratiche spiacevoli o seccanti.

Proprio per evitare di dover arrivare all’applicazione di questi metodi, con tutti i problemi e le complicazioni che comportano, è quindi una cosa intelligente porsi il problema di come evitare del tutto, o almeno rendere meno probabile, un’infestazione di scarafaggi nella nostra casa. Non avremo mai la certezza di essere completamente al sicuro – nella nostra città, qualsiasi essa sia, vivono milioni e milioni di questi insetti, che si riproducono continuamente – ma potremo fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per allontanare questi animali e rendere la nostra casa un posto il meno appetibile possibile per un loro insediamento, che sarebbe poi, come accennavamo, molto difficile da distruggere. Qualche consiglio utile e di buonsenso:

– La sporcizia è cibo per gli scarafaggi. Ripuliamo accuratamente qualsiasi residuo di cibo in cucina, specialmente negli angoli scuri, e vicino ai frigoriferi: staremo sottraendo risorse e nascondigli ideali agli scarafaggi.

– Il cibo attrae questi insetti, specialmente se dolce. Non lasciamolo sul bancone della cucina, o sul tavolo, nemmeno per poche ore: è sempre meglio sigillarlo in contenitori sicuri.

– Se per qualsiasi motivo abbiamo in casa dei cartoni da imballaggio, cerchiamo di eliminarli al più presto: moltissimi scarafaggi li hanno come luogo d’elezione per la deposizione delle uova.

– Gli scarafaggi si nascondono nelle crepe dei muri, che permettono loro spesso di avere accesso a intercapedini protette, umide e buie, dove deporre le uova. Sigilliamole tutte accuratamente.

– In generale, la miglior difesa è la pulizia. Eliminando scarti di cibo e sporco, staremo distruggendo le migliori attrattive per gli scarafaggi.

Angus e Kobe: viaggio nel mondo della carne super pregiata

Sia che si voglia cucinare una buona cenetta a casa propria per una serata con un po’ di amici, sia specialmente che si decida di uscire tutti quanti a cena, ormai si pretende giustamente di assaporare il meglio che la cucina ha da offrire: e nel campo della carne, le differenze di qualità possono essere enormi. Sfortunatamente, tuttavia, non sempre è facile reperire i tagli e le qualità migliori dai macellai, o anche nei locali; se chiedete al ristorante “carne Angus”, Milano è sicuramente fornita di posti dove trovarla, ma l’hinterland potrebbe non averne.

Allo stesso modo, è più semplice che troviate della carne Kobe in un ristorante di Roma che in una trattoria della campagna circostante: le carni pregiate, soprattutto di provenienza estera (ma anche la nostra ottima “fiorentina”, difficile da reperire) sono ancora un prodotto di lusso e di nicchia, la cui diffusione è sicuramente incostante.

Ma che cos’è a rendere tanto diversa e così particolare una bistecca della carne che definiamo “pregiata” da un buon taglio di una carne magari più normale, non blasonata e priva di nomi famosi e altisonanti? Non pensiamo che sia una semplice decisione, un po’ snob, di differenziarsi dalla massa; la distinzione delle carni ha basi molto concrete e solide, che vanno a fondarsi sull’effettiva conformazione dell’animale e sulle sue caratteristiche genetiche uniche, oltre alle particolari tecniche d’allevamento. È infatti da una combinazione di questi due fattori – l’uno interno alla razza di animale che viene allevata, e l’altro dipendente dalle scelte qualificate che l’allevatore fa con le proprie mandrie – che sorgono le tipicità straordinarie di carne che possiamo assaporare, con tutte quelle sfumature di sapore e consistenza che ne hanno fatto la reputazione e che giustificano il loro prezzo e la preferenza che i loro appassionati riservano loro.

Pensiamo appunto alla carne che da qualche anno va per la maggiore nei circoli degli appassionati del manzo, la famosa “carne Angus” che nominavamo poche righe più sopra; le sue tipicità sono profonde, e vanno trovate a livello genetico. Infatti a caratterizzare la razza Angus, da cui prende il nome la carne stessa, è la presenza di un gene che produce grandi entità di miostatina, una proteina che regola la crescita dei muscoli dell’animale. Nello specifico, la carne Angus è quindi caratterizzata da un alto contenuto di grassi (che la rende saporita) diffusi finemente su tutta la massa muscolare, con un caratteristico effetto detto di “marezzatura” dagli esperti (il che la rende straordinariamente tenera).

Se invece preferiamo spostarci più ad Oriente, troviamo un’altra varietà molto rinomata di carne, che abbiamo anch’essa nominata qualche riga più sopra; secondo alcuni intenditori, sarebbe addirittura superiore, per sapore e specialmente per tenerezza, alla carne Angus. Proviene da animali di una specifica varietà della razza Wagyu, allevati originariamente in Giappone, ed è denominata “carne Kobe”. Oltre al suo straordinario livello di grasso, pari quasi al 30%, distribuito in un reticolo finissimo, che la rende in concreto una della carni più tenere al mondo, questa carne è resa unica dal trattamento quasi lussuoso a cui sono sottoposti gli animali durante l’allevamento, e che include l’aggiunta di birra nell’alimentazione per mantenere alta la massa, e I massaggi manuali alle carni dell’animale, per ammorbidirle, mentre sul pelo viene spruzzato del liquore di riso..

Steccato di legno? Sì, per 5 buoni motivi

Chi di noi ha la fortuna di avere un giardino a circondare la propria casa si trova a dover decidere come recintarlo, per proteggerlo da accessi indesiderati e sguardi indiscreti. Avete mai pensato a ricorrere al legno, per questa necessità? Ecco cinque ottimi motivi per farlo:

1 Ecologia
Forse questo punto potrà stupirvi, ma se proviamo a fare un confronto con gli altri materiali che solitamente si usano per le recinzioni, ossia pannelli di plastica oppure barre metalliche (spesso di alluminio o di ferro battuto), il legno risulta decisamente più ecologico. È infatti un materiale naturale, che matura nel tempo, e che una volta giunto il momento di disfarsene può essere eliminato in maniera perfettamente rispettosa dell’ambiente. Inoltre, gli alberi da cui proviene possono essere coltivati su larga scala, e quindi ripiantati costantemente.

2 Facilità di installazione
Se operiamo un paragone serio e ponderato con gli altri tipi di steccato – ad esempio quelli di ferro battuto o di materiale plastico – concluderemo che quello in legno è estremamente più semplice da installare. Se, ad esempio, uno dei pali è di lunghezza eccessiva – come può capitare – segarlo a misura, anche dopo che il cemento che lo trattiene s’è indurito, è una questione semplicissima – cosa che non possiamo certo dire, ad esempio, quando usiamo il metallo. Inoltre, nel fissaggio dei pannelli ai pali di sostegno, mentre i modelli in plastica e metallo richiedono tolleranze piuttosto rigide, il legno permette di mantenere giochi molto maggiori.

3 Estetica
Sono pochi i materiali che permettono di ottenere steccati di bellezza estetica paragonabile a quelli in legno, e capaci di trasmettere altrettanto calore. Possiamo decidere di dipingerli, di trattarli soltanto a mordente, o perfino di intagliarli; e per quanto riguarda la verniciatura, ormai qualsiasi negozio specializzato nel “fai da te” ha decine di diversi colori di pitture resistenti all’acqua, il che ci permette di ottenere proprio la sfumatura di colore che desideriamo; nonchè di cambiarla anche sovente, per dare un nuovo look alla nostra casa.

4 Costi
Confrontato con le altre possibilità disponibili sul mercato, lo steccato di legno risulta davvero economico. I materiali, innanzitutto, sono decisamente meno costosi rispetto, ad esempio, a quelli di una recinzione in metallo. Inoltre, nel momento in cui si fa necessaria la manutenzione, sostituire un singolo palo o pannello è estremamente più semplice ed economico di quanto non sia quando si sono usati metallo o plastica; tanto che spesso è proprio il padrone di casa a potersene occupare, risparmiando così anche sull’intervento di uno specialista.

5 Varietà
Gli steccati di legno sono disponibili in moltissime forma e decorazioni diverse; steccati tradizionali, recinzioni a palo e sbarra, pannelli decorati, e ancora moltissimi altri. Perfino per la decorazione della cima dei pali di sostegno sono disponibili terminali di decine di tipi diversi, dai più semplici in legno grezzo ai più moderni, in rame, dotati di lampade ad energia solare che si caricano durante il giorno per poi dare un’elegante illuminazione per tutta la notte.

I molti tipi di tappi da bottiglia

Acqua e bevande imbottigliate sono ormai un prodotto diffusissimo, che è facile trovare in tutti gli scaffali, dai negozi più piccoli ai grandi supermercati, per la comodità di acquirenti di ogni gusto e di ogni fascia di età. Ma perfino avendone aperte a centinaia, chi di noi ha mai fatto caso, anche solo di passaggio, ai metodi con cui erano tappate quelle bottiglie d’ogni forma e dimensione? Se non per una momentanea difficoltà nel riuscire ad aprirle, che qualche volta ci sarà capitata, non avremmo quasi notato i loro tappi; e invece sono loro a garantirci la qualità delle bevande. Ma quali sono i tipi principali di tappi esistenti su questo mercato?

I tappi comuni di plastica e di sughero
Utilizzato soprattutto nelle bottiglie di vino di un certo pregio, il sughero è composto di cellule morte prodotte dall’omonimo albero; la sua struttura è talmente irregolare che ne fa un eccellente materiale isolante, che può subire compressione e ha una certa elasticità. Questo permette di farne tappi ideali (fin dal tempo degli antichi Egizi) purchè si abbia l’accortezza di immagazzinare le bottiglie in orizzontale, per evitare che il sughero si secchi e si restringa, perdendo d’efficacia.
Per evitare questo problema, oltre ad ovviare alla rarità sempre maggiore del sughero, si fa oggi spesso uso di tappi simili per forma, ma realizzati in materiale sintetico, come la plastica.

I tappi a corona
Forse non ne conosciamo il nome, ma li abbiamo incontrati sicuramente: sono i tipici tappi usati, ad esempio, per le bottiglie di birra. Il loro nome deriva dall’orlo del tappo stesso, sagomato in maniera
da ricordare, se rovesciato, appunto una corona. Questi tappi sono fatti di lamierino d’acciaio, e all’interno hanno un piccolo disco di PVC per isolare il contenuto della bottiglia dall’aria. Sono nati nel 1892, inventati da William Painter, nel Maryland, e hanno la curiosa distinzione di essere il primo prodotto “usa e getta” di grande successo nel campo dell’imbottigliamento.

I tappi a vite
Questa tipologia di tappi trova applicazione soprattutto per l’acqua in bottiglia, ma si sta anche facendo strada in alcuni casi per l’imbottigliamento dei vini. Normalmente, sono costruiti in plastica , ma talvolta se ne trovano di realizzati interamente in alluminio, foderati di PVC. Questi ultimi hanno anche il nome di tappi Stelvin, e vengono utilizzati soprattutto dall’industria vinicola Australiana, che li ritiene superiori al tappo tradizionale nel preservare la qualità del vino contenuto nella bottiglia.

Vantaggi e svantaggi delle tecnologie di taglio al laser

Nelle industrie, il taglio laser a Milano, a Roma e in ogni città d’Italia sta diventando la tecnologia d’elezione per trattare materiali di qualsiasi tipo, dal metallo alle stoffe. Ad effettuare il taglio – a fare, se vogliamo, da “lama” – è qui un raggio di luce estremamente concentrata e ad alta energia, che viene calibrato in modo da bruciare o fondere – in certi casi e con certi materiali, addirittura da vaporizzare – la sostanza che compone il pezzo da tagliare. Il macchinario è interamente guidato da un computer di controllo, sul quale viene programmato l’intero percorso del proiettore laser.

I vantaggi di questo sistema sono numerosi ed evidenti. Innanzitutto abbiamo l’enorme versatilità: il taglio laser può indifferentemente operare su metallo, carta, tessili, e molte altre sostanze. A questa si abbina un enorme livello di precisione, che permette sia di seguire percorsi di taglio con geometrie molto complesse che di agire esclusivamente sulla parte desiderata, senza contaminare o deformare anche quelle immediatamente adiacenti. Il livello di finitura raggiunto dal taglio laser permette inoltre di risparmiare su qualsiasi lavorazione di finitura ulteriore.

Naturalmente, come qualsiasi tecnologia, anche il laser presenta, oltre ai punti di forza, anche degli svantaggi.Innanzitutto, la sua versatilità è sì grande, ma non assoluta: il laser non può tagliare né sostanze eccessivamente riflettenti (come il rame) né sostanze fragili e trasparenti come, ad esempio, il vetro. Nel taglio della plastica, poi, dove quest’ultima viene fusa, si svolgono vapori fortemente tossici che richiedono l’implementazione di appositi spazi isolati e ventilati per non essere pericolosi. Oltre a questo, la velocità di produzione può essere molto elevata, ma dipende da una lunga serie di fattori e non ha sempre questa connotazione. Per finire, il problema forse più sentito del taglio laser consiste nei consumi energetici: le applicazioni industriali del laser, soprattutto per materiali molto spessi tagliati a grande velocità, consumano enormi quantità di corrente, con i costi che è facile immaginare.

Storia breve dell’elettromagnete

Nella storia delle costruzioni elettromeccaniche, che è costellata di scoperte e invenzioni che sono state alla base di buona parte degli sviluppi scientifici che hanno plasmato il mondo in cui viviamo anche oggi, sono pochi gli elementi che hanno la stessa posizione centrale e l’assoluta rilevanza ricoperte dal semplice elettromagnete; un pezzo di ferro dolce avvolto da un cavo di rame che si trasforma in un potente magnete non appena vi viene immessa una corrente elettrica.

La scoperta fondamentale – quella che ogni e qualsiasi corrente elettrica crea immediatamente un campo magnetico – si deve ad uno scienziato Danese, Hans Christian Ørsted, e risale al 1820: bastarono solamente quattro anni perché, in Inghilterra, un altro scienziato di nome William Sturgeon sviluppasse il primo elettromagnete.

Si trattava di un pezzo di ferro a forma di ferro di cavallo, verniciato per proteggerlo dalla corrente e avvolto diciotto volte con cavo di rame semplice (il cavo isolato a cui noi siamo abituati ancora non esisteva). Come previsto, al passaggio della corrente, il ferro di cavallo divenne magnetico e in grado di attrarre altri pezzetti di ferro, capacità che perse al cessare del passaggio della corrente stessa.

A stupire fu soprattutto la sua potenza: a fronte di un peso di poco più di due etti dell’intero elettromagnete, questo era in grado di sollevare circa quattro chili di ferro quando alimentato da una batteria a cella singola. E teniamo conto del fatto che essere obbligato ad usare cavo di rame nudo costringeva Sturgeon a limitare il numero di avvolgimenti e tenerli in uno strato unico, il che in realtà limitava di molto la potenza dell’elettromagnete.

Il limite fu superato nel 1827 da uno scienziato Americano, di nome Joseph Henry. La sua idea fu semplice ma geniale: avvolse il cavo di rame in filo di seta, isolandolo e potendo così effettuare avvolgimenti multipli e molto più fitti, con migliaia di spire: arrivò a fabbricare un elettromagnete in grado di sollevare quasi una tonnellata di ferro. L’elettromagnete trovò immediatamente impiego nella rete telegrafica allora in grande sviluppo.
Il resto, come si suol dire, è storia.