Month: settembre 2012

In casa mia: il disabile e il rispetto di sè

Nel momento in cui ci capita di pensare ad un disabile e ai problemi che può dover sostenere, molto spesso siamo portati ad immaginare qualcuno affetto da una malattia, o una malformazione, congenita: qualcuno per il quale la disabilità è sempre stata una parte della vita, e che quindi è in un certo senso esercitato a gestirla e l’ha accettata come un elemento della sua quotidianità. Benché evidentemente questo non annulli i problemi che ne derivano, rimane tuttavia certo che la persona è cresciuta con la giusta “attrezzatura”, sia psicologica che pratica, per sostenere il problema. Tuttavia, questa è una grossolana generalizzazione, e non tiene conto di come esistano persone per cui la disabilità arriva da un momento all’altro, per esempio per un trauma, oppure con l’avanzare dell’età e lo svilupparsi dei problemi di salute che ad esso sono legati.

In questo caso, le cose si fanno molto diverse, perché alle difficoltà, ad esempio motorie, che derivano subito in senso fisico dall’handicap, si vanno ad addizionare una schiera consistente di problemi di ordine psicologico, legati alla sensazione di privazione di abilità prima possedute; lo stress e l’eventuale abbattimento derivanti da questo ordine di problemi possono, molto praticamente, rivelarsi perfino più gravi e dannosi di quanto non sia l’effettiva disabilità di tipo fisico. Di fronte a questo, è importantissimo riuscire a far durare nella persona colpita un senso del rispetto di sé e del proprio valore, a cominciare dalla conservazione quanto più possibile esatta del suo ambiente, e soprattutto della sua casa, che è carica di importanti significati.

E appunto quando la casa in questione non è stata studiata per alloggiare una persona colpita da handicap, e per esempio che ha bisogno di una sedia a rotelle per muoversi, può essere presente un elemento architettonico che, di per sé molto elegante e apprezzato, può diventare una barriera assolutamente insuperabile: una scala. La moderna tecnologia ha per fortuna sviluppato dei servoscale per disabili e persone con difficoltà motorie in generale, il che permette loro di salire le scale ed accedere ai piani superiori della casa. In questo modo diventa possibile scansare la soluzione che un tempo era l’unica, e tuttora a molti parrebbe la più immediata e logica, ossia il cambiare casa o il ridurre la zona utilizzata al solo piano terra, che è invece quanto di più errato, sotto un punto di vista psicologico, si possa fare.

Pensiamo appunto a quanti, e quanto importanti, sono i simbolismi e le sensazioni legati a doppio filo all’immagine e al pensiero di casa: abbiamo la sicurezza, la soddisfazione, il senso di controllo. Sentirsi in qualche modo esclusi dalla propria casa, o non più in grado di viverci, potrebbe essere evidentemente causa di una gravissima amarezza. Per limitare al contrario il più possibile, chiaramente considerando la generale entità della situazione, il rischio di un aggravamento delle condizioni psicologiche del disabile, è consigliabile dunque tenere quanto più possibile costante l’ambiente conosciuto e domestico: e questo anche perché, scoprendo come un semplice espediente tecnico può ridargli l’utilizzo di una cosa importante come la propria dimora, il disabile si sentirà ancora più invogliato a cercare modi per riconquistare anche gli altri aspetti della propria vita, migliorando rispetto e autostima.

All’ultimo piano in un lampo: l’evoluzione dell’ascensore

Spesso del passato abbiamo una visione piuttosto idilliaca, e a voler ben vedere anche un po’ troppo idealizzata: se pensiamo per esempio alle città, le immaginiamo fatte di case basse, cieli liberi e luminosi, e orizzonti sgombri, ben diversi dalle moderne skyline fatte di grattacieli. A dirla proprio tutta, non abbiamo proprio ragione: già a Roma antica, nei quartieri più poveri, sorgevano le insulae, veri e propri condomini a molti piani con piccoli appartamenti. Ma tutto sommato, non stiamo sbagliandoci di tanto quando pensiamo che la diffusione significativa di palazzi alti come quelli a cui siamo abituati è un avvenimento degli ultimi cent’anni: ed è un fatto che ha del tutto trasformato il modo in cui viviamo, lavoriamo, e ci muoviamo. Fra i suoi effetti curiosi c’è stato quello di far diventare pressochè indispensabile un’invenzione che era lungamente stata relegata prima fra le curiosità e poi nei cantieri e nelle industrie, ossia l’ascensore. Dai primi modelli a corde, prima di giungere ai moderni e compatti ascensori per disabili, il cammino di questo apparecchio è stato durevole e complicato.

Ed è stata una cronistoria lunga, quella dell’ascensore, e che ha radici ben più lontane di quanto forse immaginiamo: il primo a nominarlo è l’architetto romano Vitruvio, che ci racconta nei suoi scritti come nel 263 AC ne fosse stato realizzato uno nientedimeno che dal notissimo Archimede. È logico che parlando di ascensori, allora, ci si riferisse soltanto a cabine assicurate a corde, che venivano tirate a braccia, o da animali, per sollevarle: pare che ve ne fossero nel convento Egiziano del Sinai. Un sistema che evidentemente non poteva permetterne una diffusione significativa: e infatti ci vollero secoli perché questa arrivasse. Se sorvoliamo sul modello basato sulla vite senza fine che l’inventore russo Kulibin progettò nel 1783, e che venne in conclusione installato nel Palazzo d’Inverno, non rintracciamo tracce significative di un effettivo uso degli ascensori fino alla metà dell’Ottocento, quando le esigenze di movimentare materiali pesanti li resero utili alle nascenti industrie.

In questa fase storica, per ascensore si intendeva un apparecchio di genere rigidamente idraulico: una cabina montata su un lungo stantuffo, che veniva spinto da una colonna d’acqua grazie all’azione di una pompa e così si estendeva, portando i passeggeri all’altezza desiderata. Questi impianti raggiunsero una significativa affermazione, se pensiamo che a Londra, nel 1882, la London Hydraulic Power Company aveva in gestione una rete di miglia e miglia di tubi ad alta pressione su ambedue le sponde del Tamigi, che andavano ad attivare 8000 dispositivi fra gru e, appunto, ascensori. Tuttavia è un procedimento oberato da un pesante difetto: richiede uno stantuffo, e quindi un pozzo e una colonna d’acqua, alto come il piano più alto da raggiungere, e diventa quindi in fretta poco pratico al salire dell’effettiva altezza del palazzo che deve servire. Fu per questo che gli ascensori idraulici finirono con l’andare in desuetudine, per venire sostituiti da sistemi a cavi e carrucole, la cui sicurezza era garantita dall’invenzione di un apposito freno di emergenza in caso di rottura del cavo, realizzato da un nome destinato a diventare famoso nel settore: Elisha Otis. Fu appunto lui che, nel 1858, installò il primo ascensore per passeggeri al numero 488 di Broadway, a New York, dando inizio ad una espansione che venne soltanto incrementata quando, trent’anni più tardi, Von Siemens e Fressler svilupparono l’ascensore elettrico che anche noi oggi utilizziamo.

Uffici Stampa: attenti a non incappare nei peggiori

Giornalista e ufficio stampa: Milano, Napoli, Torino o Roma, non fa differenza nel momento in cui parliamo di questa interazione essenziale fra due attori fondamentali della comunicazione. Il reporter è alla ricerca incessante di notizie, ossia di fatti che rivestano un tale interesse per i suoi lettori da poterli poi stampare sul proprio giornale; dal canto suo, l’addetto di un ufficio stampa segue la comunicazione sui giornali di un’azienda, o come suo dipendente nei casi delle società più grandi, oppure come consulente esterno, e il suo lavoro è quello di trovare la chiave che trasformi alcuni, fra i tantissimi fatti che accadono nella sua azienda, in notizie degne, appunto, della pubblicazione, e quindi dell’attenzione del giornalista. Non è complicato comprendere quanto sia importante questa funzione, e quindi quanta attenzione si debba porre nella selezione della persona a cui affidarsi per svolgerla. Il rischio, altrimenti, è quello di vedere la propria immagine gestita da figure raffazzonate e improvvisate, capaci di gaffe a metà fra l’ignoranza, l’arroganza e la semplice comicità. Leggetene tre, trovate girando per internet…

1)Addetto stampa: “Buongiorno, vorremmo proporle un articolo su quest’azienda”

Giornalista: “Ma qual è la notizia?”

A.S. “Nessuna: vorremmo un’intervista per parlare delle caratteristiche dell’azienda.”

Vale a dire, in breve, “Non abbiamo la notizia, ma abbiamo un desiderio disperato che si parli di noi, e una voglia ugualmente estrema di non pagare nulla per fare della pubblicità di qualsiasi tipo”.

Un giornalista pubblica notizie, non fa pubblicità gratuita. E questo è ancora più prevedibile se ci fermiamo a pensare che il suo giornale la pubblicità sulle proprie pagine la vende, e quindi non ha interesse a regalarla. Non chiediamo l’impossibile, o almeno non facciamolo in modo tanto palese.

2) Addetto stampa: “Potremmo dare un’occhiata al titolo?”

Questa è più sofisticata della precedente, ma anche meno “sincera” e, se vogliamo, più insultante. Qui si lascia opportunità al giornalista di comporre il proprio articolo, ma ci si pone nella situazione, piuttosto conveniente, di giuria della sua adeguatezza. Ossia ancora una volta si fraintende il compito del giornalista, che è di scrivere un articolo che dia una notizia ai suoi lettori, e non un articolo che parli (meno che mai nella luce che desidereremmo noi) della nostra azienda. Possiamo disquisire della headline di una pagina pubblicitaria, non del titolo di un articolo che ci riguarda.

3) da una mail di un addetto stampa: “ Ci terremmo che identificasse l’intervistato esattamente come abbiamo scritto nella mail”.

Nella mail in questione c’erano, circa, una trentina di righe contenenti tutti i titoli, le qualifiche, e le posizioni passate e presenti ricoperte dall’intervistato. Oltre ad una certa dose di presunzione nel provare a strappare al giornalista (che, ricordiamolo l’ultima volta, non scrive per NOI, ma per i suoi lettori) l’inserimento di dati per niente pertinenti con il tema dell’intervista, qui si rivela una profonda ignoranza delle regole più basilari della scrittura, non solo giornalistica. Come si può pretendere che in un articolo, o in un’intervista, un giornale pubblichi trenta righe di titoli e qualifiche dell’intervistato? Nessun lettore le degnerebbe di uno sguardo. Un addetto stampa può anche non essere un giornalista, ma è bene che conosca almeno i rudimenti delle regole che governano questo mestiere.

Le conferenze stampa: come farle funzionare

Sono tanti i lavori che, nel loro insieme, vanno a costituire quell’attività complessa e interessante che è la gestione della comunicazione di un’azienda piccola o grande. Ma pochi sono emozionanti come l’organizzazione conferenze stampa: occasioni uniche per annunci importanti come fusioni, nuovi prodotti, o l’introduzione di una tecnologia innovativa, che si desidera naturalmente far giungere al pubblico nella forma migliore e attraverso canali qualificati, che sia a livello nazionale oppure circoscritto. Non è possibile, chiaramente, ridurre un lavoro così fondamentale a semplici regolette elementari; si possono però riconoscere pochi consigli validi, e semplici, per iniziare la preparazione con il piede giusto:

1) Scegliere con cura chi parlerà, e prepararli con attenzione

Questo primo avvertimento potrebbe, a qualcuno, sembrare poco rispettoso di quanto siano in effetti importanti le notizie e le comunicazioni, di ogni tipo, che saranno tema della conferenza stampa in oggetto, ma in realtà non fa che formulare una regola ben conosciuta e testata della comunicazione di qualunque idea: il canale vale quanto il messaggio, e la selezione delle persone che esporranno i vostri annunci – così come il modo in cui lo faranno – peserà probabilmente, sull’effetto finale e sulla ricezione delle notizie importanti che dovete presentare, molto più del contenuto delle notizie stesse. Come scegliere? La logica raccomanderebbe di deputare il compito ad un esperto di comunicazione o di marketing, ma d’altro canto, sia per un fatto di corretttezza che anche di validità comunicativa e d’immagine, è importante dare voce a chi è stato principalmente coinvolto negli eventi che si andranno a spiegare. La scelta migliore è quindi quella di accoppiare le cose, affidando la gestione e il coordinamento della comunicazione ad un esperto del settore, e riservando ruoli e parti precise a chi ha portato, nei fatti, a far accadere quanto stiamo raccontando ai giornalisti.

2) Identificare una location appropriata

Se per un invito a cena non c’è posto migliore della propria casa, con tutto il suo stile e le sue tipicità, non è invece sempre detto che la sede effettiva della propria Azienda sia necessariamente il luogo migliore per organizzare una conferenza stampa. Perchè questa possa filare liscia e avere i massimi risultati, infatti, occorre anzitutto uno spazio adeguato al numero di convenuti, che non sempre è facile, o addirittura possibile, trovare in un ufficio. Meglio, dunque, affittare una sala appropriata in un hotel o in un centro direzionale vicino; e oltre a questo, è indispensabile assicurarsi che i giornalisti abbiano tutte le comodità necessarie a poter inviare velocemente e facilmente in redazione i propri reportage, come ad esempio un’eccellente copertura Wi-Fi, o se sarà presente la radio, un collegamento ISDN.

3) Realizzare una Cartella Stampa a regola d’arte

Sovente la si prepara di fretta e senza cura, e invece la Cartella Stampa è fondamentale per generare interesse: va pensata come una Brochure per i giornalisti, che presenti il vostro evento, e merita quindi la stessa cura che dedicate ai vostri altri materiali promozionali. Ricordate che, oltre ad ampliare le probabilità che il vostro annuncio durante la conferenza stampa arrivi ad essere presentato in un articolo, crearvi una buona nomea con i giornalisti significa anche potervi posizionare come figure a cui si rivolgono per un parere sul vostro settore, e quindi autorità nel vostro campo: un’ottima pubblicità.

La storia del barbiere

Un tempo neanche troppo remoto, ancora per i nostri padri o forse nonni, l’uomo che voleva apparire ordinato non lasciava scorrere più di un paio di settimane fra una visita al barbiere e l’altra: e anche se più raro, oggi che i canoni e le regole dell’estetica sono cambiati, questo attimo di cura di sé rimane sempre un piacere molto particolare. Il tempo di entrare, e già il familiare arredamento parrucchiere ci invita a rilassarci e farci prendere cura di noi, abbandonando per un poco la galoppata quotidiana; intorno a noi, gli strumenti di lavoro del barbiere parlano di un tempo andato, ma di pratiche ancora piacevoli e distensive; chiacchierando piano, il barbiere si appresta ad avvolgerci il viso con un asciugamano caldo; e fra il rumore del rasoio che viene affilato, e il profumo di schiuma e lozioni dopobarba, ci possiamo abbandonare a questo mondo ancora tanto affascinante. Ma sappiamo quanto sia antica la figura del barbiere, e quanti ruoli diversi e inaspettati abbia ricoperto nel corso della storia?

Sappiamo con un elevato grado di sicurezza che le origini del mestiere di barbiere sono antichissime; durante i loro scavi in Egitto, gli archeologi hanno reperito oggetti che sono inequivocabilmente rasoi in bronzo risalenti ad almeno cinquemila anni fa. Non pensiamo però ad un semplice negoziante, in quanto presso le tribù locali dell’epoca questa figura rivestiva un ruolo ben diverso, investito di un’importanza cerimoniale e non di mera utilità. Il taglio dei capelli era infatti un modo, nella mistica dell’epoca, di arrestare la possessione satanica; occupandosene, l’antenato del moderno barbiere si trovava a ricoprire una funzione che non esitiamo a etichettare sacrale, e celebrava finanche matrimoni. Se avanziamo e raggiungiamo l’epoca storica, questo profilo mistico e religioso si smarrisce, ma non cambia l’importanza, ad esempio presso i Greci e i Romani, della cura di sé e quindi della figura professionale che se ne occupa. A Roma, che conobbe i barbieri dalla Magna Grecia nel 300 AC, una visita quotidiana a sistemare capelli e barba, come alle terme, era imprescindibile; e la tonsura, ossia la prima rasatura del ragazzo adolescente, aveva una valenza eccezionale come rito di iniziazione al mondo degli adulti.

Ma venendo ancora avanti nel corso della Storia, e arrivando così all’ultima fermata di questo rapido viaggio nel mondo degli antichi barbieri, giungiamo ad un periodo assai interessante sotto moltissimi aspetti, e che anche per quanto riguarda il nostro argomento ci riserva una sorpresa non irrilevante: stiamo parlando del Medioevo. In quest’epoca al barbiere erano affidati, com’è cosa abituale, i lavori di taglio e acconciatura dei capelli e della barba; ma oltre a queste attività, si chiamava il barbiere anche per svolgere interventi di chirurgia, salassi e applicazioni di sanguisughe, clisteri, incisioni di pustole e bolle, e finanche l’estrazione dei denti! La figura era addirittura riconosciuta formalmente come qualificata a svolgere tali operazioni, ed aveva infatti il nome di “barbiere-chirurgo”; in Inghilterra, questi ricevettero paghe regolarmente più alte dei chirurghi effettivi lungamente. È di questo periodo la nascita di quello che fu per anni il simbolo e l’insegna dei negozi di barbiere: il bastone rotante a strisce rosse e bianche, che simboleggiavano la chirurgia (le rosse) e l’arte del barbiere (quelle bianche).

La lucidatura dei metalli

Non c’è dubbio che per tutti noi sia estremamente chiara, da un punto di vista visivo, la diversità considerevole che passa fra un oggetto metallico opaco ed uno lucidato: tuttavia, quasi certamente sono molti coloro che non hanno idea dei reali motivi, a parte quello estetico, per cui viene effettuata l’operazione di lucidatura metalli, nonché di quali siano le tecniche e i metodi utilizzati per lucidare una superficie fino a darle una delle tante possibili finiture. Analizzando questo procedimento di finitura superficiale, se ne scoprono risvolti e applicazioni impensate, e diffusi fraintendimenti su quale sia l’effettivo lavoro svolto a questo scopo.

Cominciamo con il rendere noto che la lucidatura è una lavorazione che appartiene alle cosiddette finiture, e che consiste sostanzialmente nel far diventare più liscia la superficie di un oggetto. A tale scopo vengono utilizzati due strumenti fondamentali: una mola, ossia una struttura rotante, e una sostanza abrasiva di qualche tipo, che può essere o solidale con la ruota della mola stessa, come nel caso di un un disco di carta vetrata, (per delle lucidature più aggressive) o una polvere sparsa su di essa, come ad esempio della sabbia (per lavorazioni più leggere). Nonostante solitamente si creda che la lucidatura debba essere molto aggressiva per portare ad una finitura riflettente e scintillante (quella che solitamente si dice “a specchio”) la realtà è proprio opposta, e per le finiture a specchio si è soliti utilizzare quindi degli abrasivi diffusi. La mola può essere di legno, cuoio, plastica o feltro, mentre fra le sostanze abrasive troviamo sia ossidi di alluminio, utilizzati su metalli molto duri, che carburi di silicio, che trovano utilizzo su metalli più morbidi.

Lo scopo della lucidatura che tutti noi conosciamo è, naturalmente, quello estetico: sappiamo bene quanto sia più attraente alla vista una superficie lucida e liscia rispetto ad una ruvida. Ma le applicazioni di questo metodo non si esauriscono con quella estetica: ad esempio, si lucidano gli strumenti metallici per impedire che siano preda di contaminazioni (una superficie liscia non ha irregolarità dove possa occultarsi una sostanza estranea), per evitare la corrosione (ad esempio nei tubi che dovranno condurre dei liquidi), per asportare eventuali ossidazioni (nel qual caso si associa all’azione meccanica quella chimica di una sostanza lucidante) o per creare superfici completamente riflettenti. In metallografia, la lucidatura è necessaria per ottenere una superficie metallica liscia da poter agevolmente analizzare con un microscopio per studiarne la microstruttura,

Per questo motivo, sono molti e particolarmente ben diversificati i settori nei quali si richiede che vengano effettuate delle lucidature. Un esempio eccellente è quello dell’industria automobilistica e motociclistica, in quanto vetture e motocicli spesso vantano particolari metallici con finitura a specchio come dettaglio molto apprezzato. Ma, sempre a fini estetici, sono richieste lucidature anche per la fabbricazione di oggetti di design, come attrezzature da cucina di pregio, e allo stesso modo per parti metalliche da adoperare in architettura. Se invece passiamo a scopi differenti come quelli elencati sopra, il ramo dell’illuminazione richiede lucidature sui riflettori per mantenerli in efficienza, e la lucidatura dei tubi per scongiurare la corrosione trova abbondante utilizzo nei settori farmaceutici, caseari, e nel trasporto idrico a mezzo di acquedotti..

Specchi: dall’acqua ferma al vetro argentato

Non c’è dubbio che, nella mente di ognuno di noi, e nella cultura popolare, pochi simboli siano più chiaramente legati ad un concetto quanto lo specchio è legato all’idea di vanità e di bellezza: ma dai primissimi albori della nostra storia conosciuta, gli specchi ci hanno accompagnato anche come oggetti decorativi e come strumenti utili e qualche volta indispensabili, ora come elementi fondamentali del funzionamento dei telescopi, ora come parti di un proiettore, ora sul tavolino di un dentista e ora sul tavolo da belletto di una signora elegante. Ripercorriamo insieme rapidamente le tante e tante modifiche che questo oggetto ha passato in così tanto tempo, trasformandosi da un pezzo di ossidiana lucidata a un vetro sottoposto ad argentatura.

Se vogliamo davvero essere precisi, i primissimi specchi della storia quasi certamente non erano esattamente portatili: dovevano essere pozze d’acqua ferma contenute in qualche vaso scuro, o semplici specchi d’acqua naturali. Ma se viceversa vogliamo riferirci ai primi specchi concretamente fabbricati, è probabile che siano state delle lastre di ossidiana (un vetro di origine vulcanica esistente in natura) lucidate fino ad essere riflettenti. Ne abbiamo esempi ritrovati dagli archeologi in Anatolia (l’odierna Turchia) che risalgono a circa ottomila anni fa. Per i primi specchi di metallo sicuramente documentati, invece, dobbiamo attendere parecchio: ma anche loro fanno puntuali la loro comparsa circa seimila anni fa, in Mesopotamia, e sono realizzati in rame lucidato, e successivamente in bronzo e in speculum, una lega di rame e stagno.

Ma lo specchio a noi noto non è una lastra di metallo lucidata, bensì una lastra di vetro su cui viene applicato uno strato di metallo riflettente. Per questa rivoluzione, che apre la strada allo specchio moderno, dobbiamo aspettare diversi millenni, per vederli infine apparire a Sidone (la zona oggi denominata Libano) non più di duemila anni fa, e quindi a Roma, dove fu sviluppata una tecnica per ricoprire di piombo fuso del vetro soffiato. Sfortunatamente non si trattava ancora di specchi eccellenti, in quanto erano rozzi e non molto riflettenti rispetto ai nostri standard: il balzo in avanti avvenne sostituendo al piombo dei Romani una lega particolare di stagno e mercurio, e a perfezionare il metodo furono i veneziani, già maestri della lavorazione del vetro, non più di cinque secoli fa. Uno specchio del genere era rarissimo ed estremamente costoso, facendone un lusso per pochi.

La tecnica che però “fa” lo specchio moderno, quello a cui tutti noi siamo abituati, è l’argentatura: e per avere questa, dobbiamo attendere diversi secoli dopo gli specchi veneziani. Per la sua invenzione infatti possiamo ringraziare Justus Von Liebig, un chimico tedesco, che nel 1835 mise a punto il procedimento, consistente nel depositare su di una lastra di vetro , effettuando una riduzione di nitrato d’argento, una sottilissima pelle di argento metallico. Fu con questo metodo che divenne infine possibile installare produzioni industriali su larga scala di specchi efficaci a prezzi accettabili. Oggi, tuti gli specchi che incontriamo comunemente, da quello del nostro bagno a quello contenuto in un piccolo kit da trucco, sono costruiti però con una tecnica ancora nuova, che prevede l’uso dell’argento solamente raramente, e più spesso fa uso dell’alluminio come strato riflettente..
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La nichelatura e le sue tecniche

Fra i trattamenti superficiali a cui è possibile assoggettare vari tipi di oggetti, allo scopo di modificarne le caratteristiche superficiali come durezza e resistenza agli agenti esterni, ricopre sicuramente un posto di spicco quello definito di nichelatura, che consiste, com’è ovvio dal nome, nel depositare sull’intera superficie da trattare uno strato sottilissimo di nichel. Questo metallo, usato senza rendersene conto (lo si confondeva infatti spesso con il rame, e il suo nome deriva da quello di un folletto tedesco, a cui dei minatori imputarono lo strano scherzo di un minerale che appariva essere di rame ma si rifiutava di darne) da più di cinquemila anni, presenta infatti l’interessante caratteristica di un lunghissimo tempo di ossidazione quando esposto all’aria a temperatura ambiente, il che lo fa reputare resistente alla corrosione, e quindi un’ottima copertura protettiva per altri metalli.

Vi sono due metodi di nichelatura, che differiscono primariamente, nella procedura, dall’utilizzo o meno della corrente elettrica nella procedura di deposito del materiale. Il primo caso è quello della nichelatura cossiddetta elettrolitica, che per la natura del procedimento è eseguibile solamente su materiali metallici. La pulizia del pezzo da ogni traccia di grasso o di corrosione è essenziale per la buona riuscita del trattamento, perciò l’oggetto da lavorare viene assoggettato a svariati lavaggi e trattamenti termici prima del procediumento di nichelatura. Una volta che la preparazione è stata completata, si immerge completamente il pezzo in un bagno di soluzione elettrolitica, e lo si pone come catodo, usando invece come anodo del nichel dissolto nel liquido in forma ionica. Come consueto nel procedimento elettrolitico, gli atomi di metallo viaggiano nella soluzione e si depositano sul pezzo, ricoprendolo integralmente.

Per contro, nella seconda tipologia di procedura, quella di natura unicamente chimica, non figura in alcun momento del processo l’uso della corrente elettrica. Non si tratta di una differenza trascurabile: la scelta di fare senza elettricità dà in realtà tre significativi vantaggi rispetto alla prassi elettrolitica descritta prima. Il primo e più banale, evidentemente, è che non occorre nessun genere di alimentazione elettrica, e quindi non ha alcun costo energetico da calcolare o accollarsi. In secondo luogo, quando vengono depositati chimicamente, gli strati di nichel sono sempre perfettamente dell’identico spessore in ogni punto, completamente uniformi, quale che sia la forma, anche molto complessa e scolpita, dell’oggetto. Per finire, siccome non è richiesto da questo procedimento che il pezzo sia in grado di condurre elettricità, non è necessario limitarsi ad oggetti metallici e si possono nichelare anche pezzi in plastica o vetro.

A prescindere dal metodo che viene utilizzato, come abbiamo detto, tutti e due I metodi di nichelatura hanno lo stesso scopo: quello di dare salvaguardia all’oggetto che viene ricoperto dai danni meccanici e dall’ossidazione e corrosione. Ma non è tutto: la nichelatura di tipo chimico, poichè permette di posare coperture di spessore variabile, può anche essere applicata per ripristinare le misure precise di funzionamento di un utensile che si sia consumato con il lavoro. Ne fanno uso per di più l’industria automobilistica, che protegge così le parti sottoposte a pesante usura, e quella della fabbricazione dei dischi rigidi, nei quali I dischi di alluminio, prima di ricevere lo strato magnetico che conterrà I dati, vengono protetti attraverso nichelatura..

Il Politene inquina? Ecco che arriva la versione biodegradabile

Il Polietilene è il materiale plastico più diffuso al mondo, con una lavorazione media di ottanta milioni di tonnellate all’anno. È resistente, conveniente, e trova uso nella fabbricazione di moltissimi tipi di contenitori, dai sacchetti di plastica alle bottiglie. Sfortunatamente, però, il Polietilene, o Politene (i nomi sono equivalenti e si abbreviano con PE) presenta un difetto di base di grande peso e importanza, soprattutto oggi che l’ecologia è diventata un fattore da valutare attentamente in ogni decisione: è molto inquinante, perché la sua stabilità lo rende resistente alla regolare decomposizione nell’ambiente. Questo genera problemi di diverso ordine: anzitutto, evidentemente, ecologici, dato che qualsiasi smaltimento del politene è solo un accumulo; in secondo luogo, faunistici, in quanto i sacchetti abbandonati sono un rischio letale per gli animali selvatici, che possono soffocarvi; e in terzo luogo, estetici, in quanto i sacchetti abbandonati deturpano l’ambiente. Per questa motivazione, da più parti e da diversi anni si auspica la fabbricazione di un nuovo tipo di pellicola di politene biodegradabile, che renda praticabile un reale smaltimento di questa sostanza in condizioni di sicurezza ed efficacia.

La scienza e la ricerca non sono rimaste inattive a tal proposito, e al momento sono due I binari sui quali si sta lavorando per conseguire questo obiettivo: uno prevede di variare le lunghe catene polimeriche di carbonio del politene con un additivo che le renda biodegradabili, e l’altro si propone di mutare interamente la sostanza di partenza con cui realizzare il politene, scegliendone una biodegradabile, per la precisione l’amido.

Nel primo caso, alla catena di carbonio vengono aggiunte sostanze che la rendono degradabile con l’esposizione all’ossigeno, in un tempo che va da sei mesi a due anni. Il procedimento di biodegradazione ha due fasi: nella prima, l’ossigeno distrugge la plastica riducendola in piccoli frammenti (di dimensioni molecolari), e nella seconda questi ultimi vengono digeriti, ossia convertiti in biossido di carbonio, acqua e biomassa, dai normali batteri dell’ambiente. Questa plastica ha, in opera, la stessa durevolezza di quella tradizionale, è economica, e non tossica: il suo fondamentale difetto è di non essere compostabile, e di necessitare la presenza di ossigeno per decomporsi.

Il secondo approccio, al contrario, prevede di scartare completamente dall’equazione tutto il processo produttivo del politene come lo conosciamo, per lavorare invece su amido da fonti biologiche, che possono essere ad esempio patate, mais o grano. Il risultato prende il nome di “bioplastica”, e degrada velocemente e quasi completamente – in media, del 90% del suo peso in un tempo inferiore ai 180 giorni; per ottenere il risultato però non può essere abbandonata nell’ambiente, ma richiede degli impieanti di compostaggio appositi. I suoi svantaggi sono il costo molto elevato, le caratteristiche meccaniche, che sono nettamente inferiori rispetto alla plastica tradizionale, e la necessità di deviare molte coltivazioni dall’alimentazione alla produzione di materia prima per la plastica.

Il dilemma è serio, se pensiamo che il Giappone, che lo sente molto, ha valutato in 90 miliardi di dollari la grandezza del mercato che si aprirebbe con una reale soluzione pratica al problema dell’inquinamento da plastica. Rimane promettente la via intravista da Daniel Burd, un sedicenne Canadese, che ha scoperto come l’azione combinata di due batteri possa decomporre del 40% i sacchetti di plastica abbandonati in pochi mesi.

Come costruirsi un piccolo reddito aggiuntivo

Una cosa è certa: per quasi tutti noi, questi anni di crisi sono faticosi da affrontare. Poche certezze, poco lavoro, poche speranze per il futuro, e soldi che, per una ragione o per l’altra, ogni mese sembrano finire sempre prima. In questi periodi, ci si aspetterebbe di poter integrare con qualche piccola rendita dagli investimenti fatti, con le eccedenze, negli anni in cui le cose andavano meglio; ma disgraziatamente la crisi ha colpito anche quel settore, e ci si barcamena fra investimenti sicuri ma a rendimenti insoddisfacenti, e investimenti con buone probabilità di guadagno ma rischio decismente troppo elevato. C’è però una possibilità alternativa, che sempre più persone stanno scegliendo: quella di investire nell’avviamento di piccole attività self-service, i cui rendimenti paiono, se non astronomici, soddisfacenti. Un caso oggi molto diffuso è quello dell’aprire una lavanderia a gettoni.

Il motivo fondamentale per cui si possono considerare le attività self-service come un genere di investimento, anzichè un secondo lavoro, è molto semplice: non richiedono tempo per essere gestite, anzi passarvi la giornata per il titolare è, in effetti, espressamente proibito dalla legislazione. Per questo motivo, una volta comprate le attrezzature e avviata l’attività, questa continua da sola, generando i suoi introiti automaticamente – proprio, se vogliamo fare un paragone, come la cedola di un titolo di stato o gli interessi su un investimento. Inoltre, non avendo operatori nè impiegati, hanno anche una gestione semplificatissima e dei costi vivi limitati alle spese energetiche e d’acqua e all’affitto, che per i piccoli locali necessari risulta anche ridotto.

Intendiamoci: questi sono vantaggi comuni a tutte le attività self-service, e non sono in alcun modo specifici delle lavanderie a gettone. Queste ne presentano anche altri, non indifferenti e nettamente peculiari, che le rendono un investimento potenzialmente superiore e preferibile ad altri simili. Una lavanderia a gettone offre infatti un servizio che ha tre fattori specifici e indicatori di ottimi guadagni potenziali: è infatti semplice (I macchinari sono di uso pressochè banale per l’utente) essenziale (tutti fanno il bucato) e economico (I risultati di lavaggio di macchine professionali vengono offerti ad un prezzo irrisorio).

Evidentemente, questo non significa – sarebbe impossibile – che aprire una lavanderia self-service equivalga all’aver risolto, senza una inquietudine nè una difficoltà e per sempre – I propri problemi economici. Come qualunque altra attività, anche questa può essere danneggiata, in maniera ora tenue, ora grave, ora catastrofica, da una serie di errori, soprattutto commessi durante l’avviamento, e che possono capitare a chi si trovi ad essere alla sua prima esperienza e a mancare di conoscenze specifiche. Esistono, proprio per questa motivazione, società che offrono servizi di consulenza esperta e di apertura “chiavi in mano” di lavanderie self-service<. Ad ogni modo, è possibile riconoscere facilmente tre buoni consigli da seguire quando ci si lancia in questa attività, per scongiurare gli errori più grossolani che potebbero compromettere i propri rendimenti: 1- selezionare con cura la location, per avere alti afflussi di persone; 2- selezionare con cura i macchinari: macchine diverse hanno rendimenti, e costi, molto diversi; 3- scegliere con cura I manutentori: il fermo macchina va evitato e comunque ridotto nel tempo il più possibile con interventi rapidi.