Month: luglio 2012

Essiccatoi: un importante strumento industriale

Nel momento in cui usiamo il termine “essiccatoi”, stiamo di fatto pensando ad una gamma molto vasta di diversi apparecchi; nello specifico, ad una lunga serie di forni industriali a bassa temperatura, con I quali si effettuano molteplici tipi di trattamenti termici, nei più svariati processi di produzione industriale, a temperature che vanno dai 50 ai 500 gradi centigradi. Possono essere alimentati a combustione o elettricamente, e trovano impiego , ad esempio, nella produzione delle vernici, delle resine, della carta e del cartoncino, delle materie plastiche – insomma, più genericamente, di tutti quei materiali che devono essere asciugati per liberarli dal liquido di cui si trovano ad essere, per tante ragioni, impregnati.

La scelta all’interno di una gamma così vasta, ovviamente, viene effettuata in base a precisi criteri applicativi, che riguardano le sostanze che devono essere essiccate – e quindi la quantità di liquido di cui sono intrise, e del quale dovranno essersi liberate alla fine del trattamento termico, e le caratteristiche intrinseche della sostanza, come la forma in cui si presenta o il grado di abrasività, o le caratteristiche organolettiche. Una prima e semplice ripartizione può essere effettuata in base a due caratteristiche dell’essiccatoio: ne esistono a riscaldamento diretto oppure indiretto, e a funzionamento continuo e discontinuo.

Se, per fare qualche esempio, ad essere essiccato deve essere un materiale che si presenta sotto forma di nastro continuo – come accade nell’industria tessile o in quella della carta – si andranno a scegliere degli essiccatoi a cilindri, che sono costituiti da una serie di rulli di tale aspetto, riscaldati a vapore all’interno, su cui tale nastro viene fatto passare; quando viceversa il solido da essiccare sia in forma granulare, si preferiscono abitualmente i cosiddetti essiccatoi a tamburo, dove il materiale viene fatto girare in una camera cilindrica inclinata che ruota sul proprio asse, e asciugato da aria calda o da fumi che la percorrono.

Tuttavia, ci sono diverse sostanze che richiedono di essere essiccate, ma che non possono reggere il contatto con aria o fumi caldi, perchè questi le danneggerebbero. Per questo tipo di materiali, si preferisce usare essiccatoi a riscaldamento indiretto, cioè macchinari dove non viene scaldato subito il materiale da essiccare, bensì il tamburo, o camera (molto simile a quella che abbiamo descritto pocanzi), che viene fatto ruotare in una camera di combustione, agendo come da intermediario del calore da impiegare per essiccare. Se invece siamo alle prese con un materiale abrasivo, che ruotando nel tamburo lo rovinerebbe, ci orienteremo su un essiccatoio verticale, del tipo a turbina. Qui il materiale viene fatto cadere verticalmente su una serie di dischi rotanti, mentre fra un disco e l’altro viene fatto passare il gas essiccante.

Ricordiamo infine rapidamente, nella grande gamma esistente, alcuni altri modelli interessanti, come gli essiccatoi a camere a funzionamento discontinuo, utilizzati per i materiali a blocchi, come ceramiche e mattoni; quelli a ciclo discontinuo e riscaldamento indiretto, che possono essere orizzontali o verticali, e trovano largo impiego nell’industria alimentare; e quelli tipici dell’industria farmaceutica, utilizzati per i solidi in soluzione, che sono costituiti da un cilindro cavo percorso dal vapore, che ruota lentamente. In tali dispositivi, il prodotto viene spruzzato sulle pareti esterne e successivamente raschiato con delle spatole, dopo che il calore lo ha pienamente essiccato.

Perchè scegliere un laser a fibra?

Non possiamo certo più sostenere, ormai, che i laser per incisioni o marcature siano una novità nel mercato delle attrezzature industriali utilizzate in uno qualsiasi dei tanti tipi di fabbriche esistenti: ormai da parecchi anni, infatti, sempre più strutture industriali, in moltissimi ambiti diversi, decidono di adoperare, per le applicazioni e le lavorazioni tipiche del proprio settore e della propria tipologia di materiale, un qualche tipo di laser dei tanti esistenti sul mercato. Se è quindi innegabile come quello dei laser sia un mercato ampio ed avanzato, non è certo possibile affermre che sia un mercato fermo o stagnante; le innovazioni abbondano e sono continue, e fra queste riveste un interesse significativo, di recente, quella dei laser a fibra.

Perchè, si potrebbe chiedere, produrre un’ennesima miglioria a uno strumento di uso ormai standard? Non sarebbe strano, a questo punto, domandarsi se il motivo per cui i ricercatori hanno sviluppato una nuova varietà di laser non sia un qualche vizio, una qualche debolezza strutturale tipica di tutti I tipi tradizionali di laser. Ci sono forse, nel modello costruttivo e di funzionamento dei laser di tipo convenzionale (come quelli, ad esempio, a lampade o a diodi) delle debolezze evidenti, forse perfino dannose, sorvolate in tanti anni di utilizzo nell’industria?

Sarebbe scorretto decidere di replicare alla domanda appena fatta con un deliberato “sì”. È un fatto che siano moltissime le industrie che ormai da anni applicano all’interno dei loro processi produttivi I laser di tipo tradizionale, ed è altrettanto vero che le lamentele siano pochissime. Esiste però un vantaggio caratteristico, e significativo, dei laser a fibra su quelli più classici.

Andiamo appunto ad analizzare quale sia la struttura costruttiva di un cosiddetto “laser a fibra”, e quali siano le caratteristiche uniche tipiche di questo tipo di apparecchio, così da confrontarle con quelle, ormai ben note, dei laser a diodi o a lampade.

L’innovazione che rende particolari I laser a fibra, la tipicità costruttiva da cui deriva il loro interesse, deriva da una tecnica utilizzata, primariamente, nel campo della telecomunicazione, e nello specifico nei moderni sistemi a fibra ottica: stiamo parlando di quello che viene solitamente chiamato “giunto in fibra”. Strutturalmente, si utilizza nel campo dei laser per connettere alla fibra principale, e renderglieli solidali, tutti i componenti rilevanti del macchinario, dalla fibra attiva, ai combinatori in fibra, ai diodi laser di pompa. Se andiamo a fare un confronto con I laser YAG convenzionali, notiamo che in questi modelli tutti i componenti che abbiamo nominato sono separati, e applicati su una piattaforna, sulla quale vengono allineati, in fase di fabbricazione, in modo ottimale. Per questa ragione, pur partendo in condizioni perfette, possono subire, per via dell’espansione termica, un disallineamento dei componenti ottici, che riduce l’efficacia del laser e richiede una manutenzione per ripristinarla – difficoltà che è interamente assente nei laser a fibra.

Oltre a questa scelta tecnica che conferisce considerevole solidità e durata, riducendo a livelli quasi nulli i costi di gestione già bassi di questi laser (in un ambito in cui la manutenzione richiesta anche dai modelli tradizionali è scarsissima), i laser a fibra hanno l’ulteriore vantaggio di un’elevata compattezza. La loro efficienza di conversione elettro-ottica, grazie alla sorgente a fibra, è assolutamente apprezzabile, attestandosi intorno al 30%., e i consumi sono dell’ordine di poche centinaia di watt. Combinati, I fattori elencati conferiscono ai laser a fibra un ultimo, eccezionale punto di forza; una durata superiore alle 30.000 ore di funzionamento, più che sufficienti a farne un investimento che si ripaga da sè.

Diritti dei disabili? Oltre a ricostruire le scale, proviamo a cambiare la testa!

Insieme a tante altre complicazioni di ambito pratico, spesso enormi, che è costretto ad affrontare ogni giorno, chi è afflitto da qualche disabilità si trova costantemente ad affrontare un ostacolo smisurato, e che sfortunatamente non può essere superato neppure con le più moderne piattaforme elevatrici. E questo perché la muraglia a cui ci riferiamo in questo caso non è architettonica, ma intellettuale; non è situata nell’ambiente che ci circonda, ma nascosta, spesso molto in fondo, nella nostra testa, nei nostri pensieri e nel nostro approccio.

Siamo infatti abituati a vedere il problema dei disabili come una questione di misericordia, e in un certo senso, perfino di consolazione: e come capita per tutte le idee intensamente radicate, lasciare questa visione ed evolversi ad un’ottica più giusta e rispettosa – giacchè di rispetto si tratta – ci può risultare spesso ostico, tanto più perché fatichiamo perfino, d’istinto, a ravvisare quale possa essere l’errore che commettiamo. In breve, di solito, ci pare giusto riconoscere che accordare ai disabili qualche agevolazione – come parcheggi riservati, e accessi facilitati – sia, tutto sommato, una giusta consolazione per le difficoltà e il dolore che patiscono giornalmente.

Basta però avere l’onestà di fronteggiare il problema da un diverso punto di vista, con un’analisi spassionata, per rendersi conto di come questo atteggiamento non sia altro che un modo di liberarci del problema senza troppa difficoltà, semplicemente spendendo la cifra necessaria ad impiantare rampe d’accesso per le scale e segnalatori acustici ai semafori.

Ma dovremmo cogliere che non è di favori che stiamo parlando. Offrendo queste agevolazioni d’accesso e d’uso a chi soffre di disabilità, noi non ricompensiamo queste persone della loro fatica, nè stiamo offrendo loro un qualche tipo di conforto: quello che stiamo facendo è un dovere molto più banale, ossia salvaguardare i loro diritti fondamentali.

Proviamo infatti, per onestà intellettuale, ad affrontare la questione con un’ottica interamente priva anche della minima traccia di buonismo, o di una mal posta generosità che spesso serve soltanto a gratificare il nostro ego. Quando siamo di fronte alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, dovremmo renderci infatti conto che i fatti sono in realtà molto semplici:

1. noi basiamo la nostra idea stessa di civiltà e società sul pensiero che esistano alcuni diritti di tutti, irrinunciabili;

2. se dunque vogliamo poter denominare “civile” la nostra società, dobbiamo operare perchè tutti possano davvero, in qualsiasi situazione, godere concretamente di tali irrinunciabili diritti;

3. Se, come capita, un cittadino si trova a soffrire condizioni fisiche che gli rendano arduo poter godere dei suoi diritti, è lampante che non ci sia altra azione possibile se non quella di agire, con strutture e servizi, per riattivare tale diritto rapidamente.

È ben vero, e qualcuno potrebbe notarlo, che le conseguenze dei due discorsi sono in conclusione simili, per non dire indistinguibili: in entrambi i casi, per esempio, dalle premesse deriva il compito, e la necessità, di una lotta attiva alle barriere architettoniche, fatta di valutazione, riconoscimento e smantellamento delle stesse. Ma la differenza di prospettiva non è, tuttavia, del tutto trascurabile, perché delinea la netta differenziazione fra due cose di per sé molto diverse – la civiltà e l’elemosina.

Un lavoro diverso: avviare un catering

Per caso, vi succede occasionalmente, o forse anche di frequente, qualcuna di queste cose?

1- Gli amici vi supplicano di cucinare la torta per le feste di compleanno dei loro bambini?

2- Chi ha avuto la fortuna di venire a cena da voi fa di tutto per ricevere un secondo invito e degustare ancora la vostra cucina?

3- I colleghi vi si avvicinano con la proposta di occuparvi della cena per la loro festa di fidanzamento?

Se vi succedono una o più di queste cose, complimenti! Può essere che avviare un servizio di catering sia esattamente l’attività che fa per voi. Ed è un impiego avvincente, mai stucchevole, e che può darvi grandi soddisfazioni; d’altro canto, è anche un lavoro complesso, per cui dovete tenere conto di mille dettagli diversissimi, dalle creme delle tartine alla scelta dei tavoli pieghevoli, e indubbiamente impegnativo.

Tenete infatti conto di un fatto importantissimo, e a cui pochi pongono attenzione: se un ristorante è un’attività permanente, e con un alto grado di invariabilità (menù che non cambiano per tutta la stagione, locali organizzati e fissi, clientela di tipo ragionevolmente uniforme) un catering è un vortice di cambiamenti, novità, e urgenze: è un po’ come avviare un nuovo ristorante ogni mattina per poi chiuderlo la sera stessa, sapendo che il giorno dopo si farà qualcosa di totalmente differente. Di sicuro un lavoro emozionante, ma anche ad alto rischio di frustrazioni.

Fra quelli che sono indubbiamente i vantaggi e i punti di forza dell’avviare un’attività di catering, uno assolutamente da non sottovalutare sono i costi di avvio, decisamente più contenuti di quelli necessari, ad esempio, per un ristorante. Consideriamo infatti che non avremo spese di affitto di un vasto locale, né le bollette corrispondenti, né dovremo acquistare, se non lo vogliamo, tovaglie, piatti e bicchieri – che possono essere facilmente noleggiati, in una grande scelta di fogge e materiali, da noi o dai nostri clienti per l’occasione, quando non sia il cliente stesso a fornirli.

D’altro canto, una paura che sicuramente non assilla il proprietario di un ristorante, ma è invece un pensiero incessante per chi si trova a gestire un servizio di catering, è quella legata al trasporto del cibo, questione non insignificante, specialmente nei casi in cui non si stia lavorando in una location dotata di cucina (nel qual caso si prepara tutto sul posto, e basta assicurarsi che gli ingredienti arrivino in ottime condizioni) ma ci si trovi a dover portare, ad esempio ad una festa in un parco o ad un meeting in ufficio, del cibo già pronto, con pietanze calde e fredde. Tutto va, in questo caso soprattutto, calcolato e verificato con esattezza: non vogliamo certo dover spiegare a 100 invitati nel mezzo di un parco che non abbiamo portato tazzine e quindi… niente caffè!

Soprattutto, brevemente, un’osservazione importante: non dimentichiamo mai che gettarsi in quest’avventura non è un hobby, ma un’attività – e non può quindi prescindere da ragionamenti di ordine rigidamente economico. Non stiamo più cucinando gratuitamente per amici e parenti, ma gestiamo un’azienda: se non pianifichiamo scrupolosamente spese e guadagni, e quantità di cibo da preparare (un errore comunissimo nel catering, quest’ultimo) rischiamo di veder dileguarsi tutto il nostro profitto, rendendo tanta fatica antieconomica. Attenzione!

Ai disabili non serve carità, ma diritti precisi

Fino a che rimaniamo nel campo della teoria, anche per il più sano e robusto fra noi è semplice concepire quante e quali siano le differenze nella vita quotidiana di una persona sana e di una disabile; tale semplicità però svanisce presto se andiamo nel campo delle situazioni pratiche. Tuttavia, è proprio andando nel pratico che, come sempre succede affrontando questioni importanti, si può cogliere appieno quale sia la condizione che non si conosce in prima persona. Volendo fare il più semplice degli esempi, quando si tratta di salire delle scale o di prendere ascensori disabili e sani non sono indubbiamente nella stessa condizione: l’ascensore è per I secondi soltanto una comodità, ma per i primi è un’assoluta necessità.

Purtroppo, proprio per questo motivo – ossia per il fatto che la maggior parte di noi, non afflitta da problemi di disabilità, utilizza come semplici comodità quelle che per un inabile sono strutture necessarie – si è diffusa, ed è profondamente radicata, una visione del problema deformata e scorretta, ossia quella che a rendere giusto l’impegno per offrire ai disabili servizi e strutture sia la decisione di ricompensarli, con qualche comodità in più, del dolore e della fatica quotidiana che la loro situazione comporta.

Il problema è proprio che, a prima vista, questo appare un modo di vedere le cose molto nobile, per non dire magnanimo; tuttavia, un’analisi sincera lo svela come una visione superba e discriminante, che fra l’altro ha il tornaconto di costare ben poco in termini di impegno e difficoltà. Guardando il problema in quest’ottica, ci illudiamo che sia una questione appunto di carità, quando è invece un debito di civiltà e di estensione doverosa a tutti di quei diritti che giustamente ci onoriamo di definire fondanti per la nostra società.

Avvicinandoci dunque alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, proviamo ad utilizzare un atteggiamento più imparziale, e soprattutto più ragionevole, l’unico che possa, con un semplice argomento qui riassunto in tre soli passaggi, portare a capire il vero centro della questione;

1. la civiltà che abbiamo costruito si basa essenzialmente sul concetto che ci siano dei diritti essenziali, connaturati alla condizione stessa di uomo e cittadino, e che il loro godimento vada assicurato a tutti;

2. se diciamo “a tutti” non stiamo, giustamente, prevedendo eccezioni di alcun tipo al godimento di quei diritti di cui parliamo, meno che mai per motivi legati a malattie o sfortunate condizioni fisiche come quelle dei disabili;

3. siccome, tuttavia, la situazione di disabilità può frequentemente, in concreto, inficiare la possibilità dei cittadini che ne soffrono di godere appieno di tutti i propri irrinunciabili diritti, non c’è altra possibile scelta per una società civile che agire per rettificare la situazione e rendere possibile a tutti di godere dei propri diritti, a prescindere dalle condizioni fisiche svantaggiate.

Vero: da entrambe le prospettive, la seconda come la prima, deriva la conseguenza naturale di lavorare per individuare ed estirpare, ad esempio, tutte le barriere architettoniche. Ma la differenza rimane, ed è essenziale, per reintegrare un concetto di piena dignità per i disabili, e per descrivere la giusta e doverosa distinzione fra quello che è un dovere sociale e quella che potrebbe sembrare semplice carità.